Bangladesh: Cox’s Bazar, la Saint Tropez del Golfo del Bengala

Articolo e reportage fotografico pubblicato su East Journal http://www.eastjournal.net

Il Bangladesh ( in lingua bengalese “Paese del Bengala”) ha la poco invidiabile fama di esser una nazione estremamente povera, afflitta da gravi problemi sociali ed economici e frequentemente colpita da terribili calamità naturali.
I confini dell’attuale stato del Bangladesh furono stabiliti nel 1947 quando, con la divisione dell’India, la regione del Bengala venne spezzata in due seguendo i criteri di un confine religioso, con la parte occidentale, induista, rimasta sotto il governo dell’India e la parte orientale, musulmana, congiunta al Pakistan come provincia chiamata Bengala orientale (poi ribattezzata Pakistan orientale).
Nel 1971 la cruenta guerra di liberazione bengalese, scoppiata al culmine di forti tensioni accumulatesi nel corso degli anni per discriminazioni linguistiche, politiche ed economiche nei confronti della popolazione, portò alla secessione del Pakistan dell’Est e alla formazione dell’attuale stato indipendente del Bangladesh.
Nel corso della sua breve e travagliata storia, il paese ha dovuto sopportare dure crisi economiche, gravi carestie, sconvolgimenti politici, colpi di stato militari e terribili catastrofi naturali. Le disgrazie flagellano il paese con cadenza impressionante. Solo all’aprile scorso risale il drammatico crollo del Rana Plaza, l’edificio di otto piani collassato in periferia della capitale Dacca, in cui morirono più di mille operai tessili. Le vittime lavoravano, sottopagati e in condizioni di sfruttamento, per grandi firme internazionali della moda, tra le quali la nostra Benetton.
Nel corso del mese trascorso in Bangladesh, nell’ottobre 2010, ho avuto modo di toccare con mano quali enormi difficoltà devono superare quotidianamente i bangladesi. Ho visto con i miei occhi le condizioni di vita estreme in cui la maggior parte della popolazione è costretta a vivere. Ho personalmente assistito, basito, al crollo di un tetto di una casa in un piccolo villaggio vicino alla città di Srimangal. Poteva essere una strage; una di quelle innumerevoli disgrazie che avvengono quotidianamente e di cui mai avremmo avuto notizia. I nostri media si occupano del Bangladesh solamente quando le tragedie sono troppo grandi e gravi per esser completamente taciute. Le notizie provenienti da quella lontana terra sono riportate per “dovere di cronaca”, quasi dovessimo toglierci un fastidio. Notizie di disgrazie, di centinaia/migliaia di morti frettolosamente schiacciate tra una rapina in villa nel bergamasco ( “sono stati i zingari”… direbbe il comico Maccio Capatonda), le diatribe tra renziani e bersaniani e interessanti disquisizioni sull’ultima bravata di Mario Balotelli.
Per puro caso, al momento del crollo, non c’erano persone in casa. Una coincidenza alquanto fortunata in un paese con una densità di popolazione tra le più alte al mondo. Ho realizzato in quel momento, in quel piccolo villaggio sperduto,quanto in Bangladesh, molto più che nei paesi occidentali, la differenza tra la vita e la morte viaggi su un labile confine.
Il forte contrasto tra quello che vedevo davanti ai miei occhi e l’incredibile forza, la tenacia e lo spirito di questa gente, mi ha fortemente colpito. Le persone, nel corso del mio viaggio, mi hanno accolto con straordinaria ospitalità e con una curiosità infinita: “Are you a married person? Where are you from?are you a christian person? E milioni di altre domande, a raffica, in un inglese stentato.
Sorrisi indimenticabili, sguardi penetranti, inviti a non finire, esilaranti “comunicazioni non verbali”, fatte di sguardi e gesti corporei con le molte persone che non parlavano una parola di inglese, hanno accompagnato il mio viaggio.
Piccoli/grandi episodi che rimarranno per sempre scolpiti nella mia memoria. Ed autostima decisamente accresciuta. Perché io, fra quella gente, ero immeritatamente considerato al pari di un divo di Hollywood, guardato come fossi un eroe, un incrocio tra un alieno ed una tigre bianca. Una star da coccolare, ospitare, perennemente circondato da una folla di curiosi onorati della mia presenza. Chiunque soffra di mancanza di autostima vada in Bangladesh. Il calore di quelle persone vi farà sentire Johnny Depp o Angelina Jolie, anche se assomigliate ad Alvaro Vitali o a Mariangela, la figlia del Rag Fantozzi. Sarete Roger Federer anche se non avete mai preso una racchetta in mano, Norberto Bobbio anche se mai avete mai letto un libro in vita vostra o Felix Baumgartner ( l’intrepido austriaco della Red Bull che si è buttato dallo spazio da un altezza di 39mila metri ) anche se il salto più avventuroso che avete compiuto nel corso della vostra esistenza è un balzo dal marciapiede.
Credetemi. E alla fine vi diranno anche grazie, loro.
Tutto in maniera disinteressata. Mai ho avuto la sensazione, in Bangladesh, che dietro alla curiosità ci fossero doppi fini o interesse come a volte avviene in altri paesi toccati e “corrotti” dal turismo di massa.
Mai ho sentito persone lamentarsi della propria difficile condizione di vita. E quante ragioni avrebbero avuto per farlo!
Ho scoperto in quei giorni quanto il sogno nascosto di una vita migliore, di un riscatto sociale, sia sempre vivo nella testa di queste straordinarie persone. Quanto sia potente il motore della speranza. Non muore mai, è indistruttibile, qualunque difficile situazione questa gente si trovi ad affrontare. Ho scoperto quanta dignità e forza vi sia in persone che nulla possiedono.
Una preziosa lezione di vita.
E così che, nel corso del mese trascorso in Bangladesh, travolto da mille emozioni che ancora non ero riuscito a metabolizzare, mi son ritrovato, un po’ per caso, da fortunato occidentale quale sono, nel bel mezzo di uno di questi sogni di vita migliore. Un sogno segreto ed irrealizzabile per milioni di poveri Bangladesi. Un sogno a portata di mano per pochi fortunati loro connazionali che, come in tutte le società e i paesi al mondo, Bangladesh compreso, per estrazione sociale, fortuna, abilità personale, possono godere di una condizione economica privilegiata: una vacanza a Cox’s Bazar, la località di villeggiatura piu’ “trendy” del paese.
Tanti sono gli argomenti importanti e tristi di cui mi sarei forse dovuto occupare con un reportage fotografico da questo martoriato paese. Ma in fondo mi allettava l’idea di poter metter in luce anche un aspetto poco conosciuto e diverso del paese. Parlare di un argomento più futile e leggero vuol anche dire rompere la tradizione che vuole il Bangladesh ricordato solo in occasione di sventure e tragedie.
E mi piace l’idea che un giorno, qualche persona incontrata in cammino, possa realizzare, anche solo per un’ora, il sogno di metter piede in questo “paradiso balneare”. Perché la speranza non muore mai. Me lo hanno insegnato i bangladesi.
Miami? Ibiza? Saint Tropez? Portofino? Dimenticatevele!
Indossate occhiali da sole, crema solare, tiratevela un po’ e godetevi le spiaggie immacolate di Cox’s Bazar…