Libano: Un tè con Hezbollah

Articolo pubblicato su http://www.eastjournal,net

Un giovane libanese alla guida di una fiammante decapottabile rossa, accompagnato da quattro bellissime ragazze, con corpi seducenti, occhiali da sole alla moda e telefonino; alle loro spalle spettrali macerie, scheletri di palazzi dilaniati dalle bombe che, nel corso della breve guerra del 2006 tra Hezbollah e Israele, colpirono duramente i quartieri a sud della capitale libanese.

Bellezza, ostentazione, lusso e moda, in stridente contrapposizione con distruzione, guerra, povertà e morte: welcome to Beirut.

L’americano Spencer Platt, immortalando questa scena nell’estate 2006 realizzò, con la vittoria del World Press Photo, il sogno di ogni fotoreporter.

Una di quelle foto che di primo acchito ti fanno dire, con rabbia mista a invidia “questa la potevo fare anche io”. Una foto (a patto di trovarsi nel posto giusto al momento giusto) di facile esecuzione, sicuramente non bella da un punto di vista puramente estetico, ma dall’enorme forza evocativa e dall’immenso valore giornalistico.

Un premio, a mio parere, meritato. Ci sono immagini che valgono più di mille parole: l’anima, la storia e le enormi contraddizioni dell’affascinante capitale libanese sono racchiuse in questo scatto!

Beirut visse, negli anni ’60, un’ epoca d’oro. Ricchi e famosi personaggi del jet set internazionale arrivavano a bordo dei loro yachts, alloggiavano negli hotel a cinque stelle, frequentavano i bar, i ristoranti, i casinò e i locali da ballo alla moda della ruggente “Parigi del Medio Oriente”, animandone le folli notti.

A distanza di pochi anni il crepitio degli spari dei cecchini appostati suoi tetti risuonava tra le carcasse degli edifici della città. Per quindici, lunghi e sanguinosi anni, dal 1975 al 1990, il Libano cadde nel baratro della guerra civile. Il rosso amaro del sangue sostituì quello dolce del Martini, che fino a pochi anni prima scorreva a fiumi sulle lussuose terrazze affacciate sul mar Mediterraneo.

Gli anni ’90, con la fine della guerra, furono caratterizzati da un periodo di ricostruzione e da una lenta, faticosa rinascita.

Il paese fu governato da una serie di governi filo-siriani; la presenza siriana, conseguenza della guerra civile, fu forte in Libano fino alla cosiddetta rivoluzione dei cedri, una serie di manifestazioni di piazza che seguirono l’assassinio, nel febbraio 2005, del potente ex premier e uomo d’affari sunnita Rafiq Hariri.

La longa manus del governo siriano fu, fin da subito, sospettata di celarsi dietro all’omicidio.

Le imponenti proteste popolari anti-siriane, scaturite da questo grave episodio, costrinsero al ritiro le truppe di Damasco, che sotto la copertura-alibi del FAD, la Forza Araba di Dissuasione, creata negli anni della guerra civile, per anni avevano condizionato, con la loro presenza in territorio libanese, la vita politica del paese.

Un tribunale speciale per il Libano fu creato nel 2007 dalle Nazioni Unite, al fine di stabilire chi fossero i responsabili del delitto che sconvolse il fragile equilibrio politico del Libano, un paese poco più grande dell’Abruzzo, ma di vitale importanza nel complesso e delicato scacchiere medio-orientale.

Arrivai a Beirut nel dicembre 2010, con un bus proveniente da Damasco, in un clima, come imparai a posteriori sulla mia pelle, piuttosto teso: erano iniziate a trapelare le prime voci (confermate poi dalla sentenza definitiva emessa nel 2011 dal tribunale internazionale) di un probabile coinvolgimento di membri di Hezbollah, movimento politico sciita con un’ala militare storicamente alleato della Siria, nell’uccisione di Hariri.

Da anni sognavo di visitare la capitale libanese, l’aspettativa era altissima. Fin troppo, pensai, nelle poche ore di bus che separano la capitale siriana da quella libanese. Avevo imparato bene, in anni di viaggi, che gran baldracca l’aspettativa potesse essere.

Beirut non mi deluse: fu amore a prima vista.

Passai i primi tre giorni quasi da “invasato”. Pervaso da una straordinaria energia, eccitato come un setter che fiuta la preda in una battuta di caccia.

La capitale libanese, non bella in senso classico come possono esser una Roma o una Parigi, fu per me un colpo di fulmine: le cicatrici della guerra civile ancora vive, ben visibili negli edifici non ricostruiti o in alcuni muri della città, crivellati da pallottole risalenti ai tempi del conflitto; una macedonia di etnie, di diversi costumi e stili di vita; I tramonti sulla Corniche, il lungomare di Beirut che si affaccia sul Mediterraneo; Il quartiere cristiano di Gemmayzeh con la luccicante rue Goraud, ricca di ristoranti, locali alla moda, animata da una vivacissima movida notturna. Il quartiere di Hamra, sede della celebre Università americana, pullulante di studenti, caffè e locali per tiratardi; decisamente meno movimentate le notti “analcoliche”dei quartieri musulmani a sud della città, roccaforte del movimento Hezbollah, ancora oggi abitati da numerosi profughi palestinesi giunti in Libano dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 e la guerra dei sei giorni del 1967; chiese cristiane, moschee, diciotto diverse confessioni religiose ufficialmente riconosciute: una vera e propria babele religiosa, unica al mondo.

Donne stupende, forse tra le più belle mai viste, con movenze e rotondità sudamericane abbinate a visi raffinati di eleganti donne europee, in abiti succinti nonostante l’inverno, sicure sui loro tacchi alti nelle strade e nei locali dei quartieri cristiani. Donne dal passo furtivo, nascoste nei loro lunghi veli neri, sotto lo sguardo vigile e protettivo di padri, mariti e fratelli, nei quartieri musulmani.

Macchine di lusso, raffinate boutique, ostentazione nel vestire, sfrenato edonismo. Una passeggiata di qualche minuto o una breve corsa in taxi ed eccomi di fronte a carcasse a quattro ruote, panni stesi da un balcone all’altro, edifici fatiscenti con muri scrostati, feriti da pallottole e segnati da scritte e slogan di lotta, uomini che sgranano il rosario.

Soldati armati fino ai denti, appostati in cima ai loro blindati agli angoli delle strade o piantonati all’ingresso dei locali nelle zone “bene” della città, con i loro mitra spianati, per proteggere i clienti da possibili attentati: all’interno giovani libanesi si godono l’attimo, portando il divertimento a picchi estremi, come se non ci fosse un domani. Oggi ti puoi divertire, domani potrebbe esser tardi. E’ la recente storia del loro martoriato paese ad insegnarglielo: quindici anni di guerra civile, tre invasioni israeliane, centocinquantamila morti e diciassettemila persone scomparse nel nulla.

Aperitivi e autobombe, nelle calde notti della capitale. Tequila bum bum non è, da questi parti, solo il nome di un famoso cocktail: è la realtà di Beirut.

Una tensione latente aleggia sulla città, una strana energia che ti tiene attivo e vivo, quando non ti uccide. La gente ha paura, ma se ne frega, vuole divertirsi.

Mi adeguai ben presto alle usanze locali: vissi Beirut estremizzando ogni emozione, come se non ci fosse un domani. Oggi sono qua, un domani chissà…le cose cambiano in fretta nel paese dei cedri.

Un piccolo locale alla moda, incastonato nel cuore del quartiere cristiano di Gemmayzeh, suggerito da Francesco, un simpatico napoletano proprietario di una pizzeria, fu la mia base e mi apri’ le porte della città: “vai al Torino Express ”, quel posto è “ ’nu core che batte!”. Un ambiente bohémien, frequentato da artisti, scrittori, registi e dall’intellighenzia libanese, di proprietà di un libanese-tedesco, evidentemente amante della mia città.

Conobbi un sacco di gente in pochissimo tempo, ascoltai storie interessanti, vissi le notti di Beirut. Furono giornate elettrizzanti.

“E’ incredibile, sembra che tu sia qua da una vita”, mi disse Imad, un simpatico fotografo di Beirut conosciuto al Torino.

“ Fossi in te non lo farei ” mi disse anche, guardandomi negli occhi, quando gli chiesi cosa ne pensasse della mia “brillante idea” di andare a Dahie , il quartiere a sud di Beirut roccaforte di Hezbollah, colpito dalle bombe israeliane nell’estate 2006, con una reflex in mano.

Fu l’unico ad esprimersi chiaramente. Confessai i miei propositi ad altre persone chiedendo vari pareri. Frasi di circostanza, una marea di vaghi “non saprei” “non ci sono mai stato”. Un paio di “puoi andare, ma non da solo, vai accompagnato da uno del posto”. Furono quest’ultima frase e la mia curiosità di non limitarmi alla Beirut turistica a farmi commettere una grande cazzata, forse l’unica vera stupidaggine in tanti anni di viaggi in cui ero sempre riuscito a miscelare abbastanza bene curiosità, buon senso e prudenza: me lo ricordo bene, quel sabato 18 dicembre 2010.

Entrai a Dahie accompagnato da Farid, un ragazzo di quel quartiere che lavorava nella pizzeria di Francesco.
“Con me non ci saranno problemi, stai tranquillo, probabilmente ti faranno solo un paio di domande quando entriamo, per sapere chi sei”, disse Farid.

Entrammo facilmente nel “regno degli Hezbollah”, nessuna domanda mi fu posta.

Qualsiasi mio scatto era preceduto da una mia domanda “Farid, qui secondo te è possibile fotografare?” Il quartiere era incredibilmente interessante e fotogenico, anche se meno diroccato di quanto immaginassi; i palazzi distrutti dalle bombe israeliane nel 2006 erano già stati quasi integralmente ricostruiti con gli ingenti finanziamenti provenienti dall’Iran, alleato del movimento sciita Hezbollah.

Scattai una bella foto di una gigantografia di Yasser Arafat, interessanti ritratti di rifugiati palestinesi che vivono a Dahie. Passai davanti a un edificio ricostruito che, mi disse l’amico libanese, era il quartier generale Hezbollah. Quando Israele lo colpi’, i leader del movimento sciita erano, a quanto pare, già fuggiti. Avrei voluto fotografarlo, ma evitai, su consiglio di Farid.

Feci un ottimo reportage, di gran lunga le foto più interessanti scattate a Beirut e nel corso del mio intero viaggio in Libano. O almeno credo. Perché quelle foto, stampate nella mia memoria, non le rividi mai più.

Gli scatti fanno oggi parte, insieme al lungometraggio del mio interrogatorio, della collezione privata di qualche esponente del “Partito di Dio”. Uno di quei film in cui non conviene farsi assegnare la parte dell’ agente della Cia o del Mossad.

Il paio di domande da cui ero stato esentato entrando a Dahie diventarono un centinaio dopo che due omoni barbuti, in borghese, fermarono me e a Farid, ormai sul punto di uscire dal quartiere. Una foto scattata a una bandiera Hezbollah, con l’assenso del mio amico, fu il pretesto. L’ipotesi più probabile è che ci tenessero d’occhio fin dal nostro arrivo.

Il passaporto e la macchina fotografica mi furono sequestrati. I barbuti fecero un paio di chiamate. Ci caricarono su un Suv dagli inquietanti vetri scuri. Ancor più inquietante, se possibile, la faccia dell’uomo alla guida. Viaggiammo una decina di minuti fino a che entrammo nel cortile di un palazzo. Aspettammo un interminabile quarto d’ora in un piccolo ufficio fino all’arrivo di un terzo barbuto che mi diede la mano e mi accolse con un simpatico “no problem for you my friend, you are welcome to Lebanon”, accompagnato da un sinistro “if you are not a liar…!”, se non sei un mentitore!

Una raffica di domande, in perfetto inglese, sui miei viaggi, i miei numerosi visti sul passaporto, le mie scelte, i miei valori e i miei propositi di vita. Il tutto filmato da una telecamera.

Furono le ore più irreali della mia vita. La situazione era così strana che quasi non provai paura, ero sotto adrenalina. La paura venne dopo, nei giorni seguenti, quando metabolizzai l’esperienza.

Mi fu gentilmente offerto un tè. Mi consegnarono una penna e un foglio bianco e la prima domanda fu subdolamente facile: “sono ancora vivi i tuoi genitori? Se sono vivi, scrivi i loro nomi e cognomi sul foglio, e il loro indirizzo esatto in Italia”. Non male come inizio.

Fu in quel momento che presi in una frazione di secondo l’unica decisione saggia di tutta la vicenda: dire tutta la verità, nient’altro che la verità. Non avevo nulla da nascondere, avrei parlato e risposto come ad un amico al bar.

Ci furono anche momenti tra il surreale e l’ironico ( soprattutto a posteriori!) durante quelle ore.

“Hai lasciato un lavoro per viaggiare??” Non va bene, non è saggio, il lavoro è importante, viaggiare non è importante!”

“Non hai moglie?? Non hai figli?? Non hai responsabilità??” Non va bene, devi affidarti a Dio!

Fui abbastanza abile a rispondere, ero preparato. Erano, pressapoco, domande e affermazioni più volte ascoltate e affrontate nei discorsi con mio padre, escludendo Dio. Il barbuto parve un filo perplesso riguardo alle risposte inerenti le mie scelte di vita, forse ancor più di mio padre.

“Tu fumi?” si, fumo tabacco. “Puoi fumare se vuoi, ma ricordati che fumare fa male!”. Si, lo so, hai ragione, dovrei smettere, in ogni caso fumo poco.

Estrassi cartine e tabacco dalle tasche e rollai una sigaretta davanti allo Hezbollah. Ah…ma tu fumi marijuana? No, solo tabacco, le sigarette normali, come le Marlboro, non le fumo più, le trovo chimiche. “Se vuoi fumare marijuana la trovi a Baalbeck” No, ma io non fumo marijuana, solo tabacco. “Ah, ma se vuoi la Marijuana a Baalbeck la trovi!”…

Era molto interessato sulle motivazioni del mio viaggio in Iran e in Siria e mi chiese se volessi andare in Israele. Dissi la verità: non ci volevo andare in quel viaggio, non era nei programmi, ma in futuro sì, perché a me piace viaggiare e sono curioso di conoscere posti e culture nuove.
Questa idea di viaggiare per curiosità e per un arricchimento personale dovuto alla conoscenza di nuove culture risultava piuttosto strana ed indigesta al barbuto. Un’ idea strana ed indigesta, d’altro canto, anche dalle nostre parti, a giudicare da quante persone spendono migliaia di euro per una vacanza in crociera sulla “Fascinosa” o al Club Mèditerranèe.

Tra una risposta e l’altra, giungeva, puntualissimo il“ No problem for you my friend”,you are welcome to Lebanon, if you are not a liar…

I tè furono alla fine tre o quattro, gentilmente offerti dal Partito di Dio.

Terminato l’interrogatorio aspettai per più di un’ora il responso. Parlammo, per un tempo che mi parve infinito, del più o del meno. Mi raccontò di suo nipote che vive a Milano, sposato con una italiana, e discutemmo sulla difficile situazione politica ed economica del belpaese. “E quando tornerai in Italia cosa farai?”. Mi piacque un sacco, in quel frangente, quell’accenno al ritorno nel mio paese. La mia sorte non era però decisa da “Mr you are welcome to Lebanon if…”, ma da un suo sconosciuto superiore.

La tanto attesa e sudata sentenza arrivò: ero un imbecille troppo curioso, non una spia del Mossad. Ero un cretino, ma un cretino libero. Fui sollevato, l’idea di festeggiare il Natale 2010 in compagnia di Hezbollah non mi allettava.

Mi fu restituito il passaporto, la reflex e la memory card. Furono gentili e corretti i barbuti: cancellarono, come gli avevo supplichevolmente chiesto, solo le foto fatte nel quartiere.
Firmai perfino un foglio in cui dichiarai di aver ricevuto indietro tutti i beni di mia proprietà.

Farid fu a sua volta interrogato e rilasciato. Si scusò con me per quanto successo. Io mi scusai con lui.

Con l’adrenalina a palla, ancora confuso e frastornato, entrai in un locale del quartiere cristiano di Gemmaizeh. Ordinai una birra.

Mi ritrovai, un paio di birre dopo, con in mano una piccola macchina fotografica, di proprietà di una bella mora, a fotografare lei e le sue scatenate amiche, piuttosto vogliose di divertirsi nel festeggiare un addio al nubilato.

Dai “barbuti di Dio” alle pose sexy delle birichine ragazze libanesi, vestite da gattine e topoline, in meno di tre ore: welcome to Beirut!