Kosovo: viaggio nel cuore della giovane repubblica

Articolo pubblicato su http://www.eastjournal.net

La capitale del Kosovo Pristina, non me ne vogliano gli amici kosovari, non è certamente una delle più affascinanti capitali d’Europa.

Non solo non è paragonabile per bellezza ad altre capitali dei paesi dei Balcani ma rivaleggia per bruttezza, a mio modesto parere, con l’imbattibile Podgorica, capitale del Montenegro, capitale europea dell’anonimità.

Mai gli urbanisti che hanno progettato e pianificato Pristina avrebbero pensato che questa località di provincia sarebbe un giorno assurta al ruolo di capitale, anche se il Kosovo, a sei anni dalla dichiarazione di indipendenza, non fa ancora parte a pieno titolo della comunità internazionale. (cercare link relazioni internazionali Kosovo wikipedia)

La capitale del Kosovo non è oggettivamente bella ma è una città molto interessante, ricca di curiosità e contrasti.

Pristina fu la prima tappa del mio intenso viaggio in Kosovo, compiuto nell' estate del 2012.

Godetti, nei giorni trascorsi nella capitale del rito del caffè in compagnia, di ottimi ristoranti, di una vivace vita notturna e della calorosa ospitalità dei suoi abitanti.

Seppur priva di grandi attrazioni turistiche, di musei e monumenti di una certa rilevanza, la città offre alcuni interessanti esempi di architettura socialista jugoslava, come il Palazzo della Gioventù e dello Sport e soprattutto la curiosa e “fantascientifica” Biblioteca Universitaria e Nazionale.
Al centro di Pristina, come spesso accade nei Balcani, regnano i contrasti: l’incompiuta cattedrale ortodossa si staglia tra i minareti delle moschee della città, non lontano dalla cattedrale della Beata Madre Teresa, la chiesa cattolica di recente costruzione intitolata alla celebre suora di origini albanesi.
Una singolare statua dell’ex presidente Americano Bill Clinton si erge su Clinton Boulevard, in ringraziamento per il decisivo aiuto ricevuto dagli Stati Uniti durante la guerra. Non è difficile rendersi conto quanto gli americani siano amati da queste parti: la bandiera rossa albanese con l’aquila nera a due teste è spesso associata a quella a stelle e strisce e i libri di Laura Bush, non propriamente un Nobel per la letteratura, vanno per la maggiore nelle bancarelle e nelle librerie.
Foto e nomi di persone scomparse sui muri della città danno l’idea di quanto le ferite della guerra siano ancora vive, riportando alla mente le pulizie etniche e le stragi a danno dei civili che hanno marcato la guerra del Kosovo.

Nei giorni trascorsi in terra kosovara visitai la città di Peja, circondata dai suggestivi paesaggi della Val Rugova,con la sua storia millenaria, i suoi colorati mercati e la sede del Patriarcato Serbo-ortodosso, fondato nel XII sec., oggi protetto dai militari della KFOR, la forza militare internazionale guidata dalla Nato.

Mi persi nelle vie del bellissimo centro storico di Prizren, tra i minareti delle sue moschee, al suono inconfondibile del canto del muezzin. Una città dalle grandi tradizioni storico-culturali da sempre crogiuolo di culture e tradizioni differenti. A poca distanza l’una dall’altra sopravvivono anche qui una moschea, una chiesa cattolica e una ortodossa, anche se, purtroppo, il tempo di una pacifica convivenza tra le religioni monoteiste è ormai passato. Fino ai tragici eventi del marzo 2004, con l’attacco ai monasteri serbi-ortodossi e l’uccisione di diciannove persone, a Prizren vi era una significativa presenza di cittadini serbi. Oggi il quartiere serbo è stato completamente distrutto e i suoi abitanti, tranne pochissime eccezioni, sono stati costretti a riparare altrove.

Respirai la palpabile tensione presente nell’aria della città di Mitrovica, attraversando il famoso ponte sul fiume Ibar, che divide la parte meridionale della città, albanese, da quella settentrionale, serba. Un piccolo ponte che separa due mondi contrapposti, distanti tra loro anni luce per storia, cultura, tradizioni. A giugno di quest’anno è stata rimossa la grande barricata di terra e cemento eretta tre anni fa sul versante nord (serbo) del ponte, sostituita da un aiuola verde che ha preso il nome di “parco della pace”. Un incoraggiante segnale della volontà di normalizzazione nei rapporti fra la comunità albanese e quella serba, anche se il ponte resta comunque chiuso al transito dei veicoli ed è, per ragioni di sicurezza, ormai da anni presidiato dai militari della KFOR.

Anche se i terribili anni della guerra sono fortunatamente alle spalle ed il paese è oggi sicuro, persistono in Kosovo alcuni focolai di tensione, in particolar modo nella zona di Mitrovica, e grandi problemi politici e sociali.

Bastano due chiacchiere con la popolazione per capire quanta sia la sfiducia della gente nei confronti della classe politica al governo e quanto sentito sia il problema della corruzione che flagella il paese:“ tutto è problematico qui! se si ha bisogno di un documento, di una licenza o di un’autorizzazione ci vogliono ore di coda, giorni o addirittura anni. A meno che non si decida di oliare la macchina burocratica con qualche mazzetta. Allora sì che, per magia, i tempi si accorciano!” mi disse un taxista di Pristina. Un’ opinione condivisa da quasi tutte le persone con cui ho parlato.

La stima ufficiale del tasso di disoccupazione è intorno al 35 %, ma a sentire la gente (e a giudicare dal numero di persone in età da lavoro che mi tenevano compagnia nei miei caffè pomeridiani) il dato reale potrebbe esser molto più alto. Gli stipendi sono molto bassi rispetto al costo della vita e non pochi sono gli impiegati pubblici che per sbarcare il lunario si dedicano a due o addirittura tre lavori diversi. Ci si arrangia come si può, l’importante è sopravvivere.

La criminalità organizzata è forte, collusa con la politica e infiltrata nella vita pubblica. In compagnia della corruzione dilagante e dell’enorme tasso di disoccupazione, è una delle principali piaghe che flagellano la giovane repubblica balcanica.

Scarsa è la fiducia della gente nei confronti dei funzionari europei presenti in Kosovo, più sopportati che amati, anche se l’opinione comune forse prevalente è che sia meglio il persistere della loro presenza e della loro funzione di “controllori”, data la sfiducia nelle istituzioni e nei politici kosovari.

Dal 2008, dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza più di duemila funzionari europei hanno di fatto commissariato le fragili istituzioni del nuovo stato per dare loro il tempo e il modo di crescere e consolidarsi.

Oggi, sebbene il mandato della missione europea Eulex in Kosovo sia stato recentemente prolungato fino al giugno 2016, i funzionari europei sono stati ridotti per numero e impegno e le istituzioni del giovane paese dovranno presto esser in grado di reggersi con le proprie gambe.

Riuscirà la piccola e giovane repubblica a vincere questa gravosa sfida?

Benvenuti in Kosovo… qui il reportage fotografico