Kosovo: viaggio nel cuore della giovane repubblica

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La capitale del Kosovo Pristina, non me ne vogliano gli amici kosovari, non è certamente una delle più affascinanti capitali d’Europa.
Non solo non è paragonabile per bellezza ad altre capitali dei paesi dei Balcani ma rivaleggia per bruttezza, a mio modesto parere, con l’imbattibile e anonima Podgorica, capitale del Montenegro.
Mai gli urbanisti che hanno progettato e pianificato Pristina avrebbero pensato che questa località di provincia sarebbe un giorno assurta al ruolo di capitale, anche se il Kosovo, a sei anni dalla dichiarazione di indipendenza,non fa ancora parte a pieno titolo della comunità internazionale.
La capitale del Kosovo non è oggettivamente bella ma è una città molto interessante, ricca di curiosità e contrasti.
Pristina fu la prima tappa del mio intenso viaggio in Kosovo, compiuto nell’estate del 2012.
Godetti, nei giorni trascorsi nella capitale del rito del caffè in compagnia, di ottimi ristoranti, di una vivace vita notturna e della calorosa ospitalità dei suoi abitanti.Seppur priva di grandi attrazioni turistiche, di musei e monumenti di una certa rilevanza, la città, oltre ai palazzi governativi, offre alcuni interessanti esempi di architettura socialista jugoslava, come il Palazzo della Gioventù e dello Sport e soprattutto la curiosa e “fantascientifica” Biblioteca Universitaria e Nazionale, un archimostro famoso per le sue novantanove cupole di vetro, tutte diverse, e le facciate ricoperte di rete metallica.
Al centro di Pristina, come spesso accade nei Balcani, regnano i contrasti e le contraddizioni: l’incompiuta cattedrale ortodossa, oggetto di tante polemiche, si staglia tra i minareti delle moschee della città, non lontano dalla cattedrale della Beata Madre Teresa, la chiesa cattolica di recente costruzione intitolata alla celebre suora di origini albanesi.
Una singolare statua dell’ex presidente americano Bill Clinton si erge su Clinton Boulevard in ringraziamento per il decisivo aiuto ricevuto dagli Stati Uniti durante la guerra. Non è difficile rendersi conto di quanto gli americani siano amati da queste parti: la bandiera rossa albanese con l’aquila nera a due teste è spesso associata a quella a stelle e strisce. Un’altra strada centrale di Pristina è intitolata a George Bush e i libri di sua moglie Laura, non propriamente un Nobel per la letteratura, vanno per la maggiore nelle bancarelle e nelle librerie.Foto e nomi di persone scomparse sui muri della città danno l’idea di quanto le ferite della guerra siano ancora vive, riportando alla mente le pulizie etniche e le stragi a danno dei civili che hanno marcato la guerra del Kosovo.
Nei giorni trascorsi in terra kosovara visitai la città di Peja (Peć in lingua serba), circondata dai suggestivi paesaggi della Val Rugova,con la sua storia millenaria, i suoi colorati mercati e la sede del Patriarcato Serbo-ortodosso, fondato nel XIII secolo, oggi protetto dai militari della KFOR, la forza militare internazionale guidata dalla Nato.

Mi persi nelle vie del bellissimo centro storico di Prizren, tra i minareti delle sue moschee, al suono inconfondibile del canto del muezzin. Una città dalle grandi tradizioni storico-culturali da sempre crogiuolo di culture e tradizioni differenti. A poca distanza l’una dall’altra sopravvivono anche qui una moschea, una chiesa cattolica e una ortodossa, anche se, purtroppo, il tempo di una pacifica convivenza tra le religioni monoteiste è ormai passato. Fino ai tragici eventi del marzo 2004, con l’attacco ai monasteri serbi-ortodossi e l’uccisione di numerose persone, a Prizren vi era una significativa presenza di cittadini serbi. Oggi il quartiere serbo è stato completamente distrutto e i suoi abitanti, tranne pochissime eccezioni, sono stati costretti a riparare altrove.
Respirai la palpabile tensione presente nell’aria della città di Mitrovica, attraversando il famoso ponte sul fiume Ibar, che divide la parte meridionale della città, albanese, da quella settentrionale, serba. Un piccolo ponte che separa due mondi contrapposti, distanti tra loro anni luce per storia, cultura, tradizioni. A giugno di quest’anno è stata rimossa la grande barricata di terra e cemento eretta tre anni fa sul versante nord (serbo) del ponte, sostituita da un aiuola verde che ha preso il nome di “parco della pace”. Un incoraggiante segnale della volontà di normalizzazione nei rapporti fra la comunità albanese e quella serba, anche se il ponte resta comunque chiuso al transito dei veicoli ed è, per ragioni di sicurezza, ormai da anni presidiato dai militari della KFOR.
Anche se i terribili anni della guerra sono fortunatamente alle spalle ed il paese è oggi sicuro, persistono in Kosovo alcuni focolai di tensione, in particolar modo nella zona di Mitrovica, e grandi problemi politici e sociali.
Bastano due chiacchiere con la popolazione per capire quanta sia la sfiducia della gente nei confronti della classe politica al governo e quanto sentito sia il problema della corruzione che flagella il paese:“ tutto è problema