Cambogia: I lavoratori delle saline di Kampot

Articolo pubblicato su http://www.eastjournal.net

Kampot è una piccola città situata nel sud della Cambogia, affacciata sull’omonimo fiume, a pochi chilometri dal mare del Golfo di Thailandia e in prossimità del confine con il Vietnam.

Fu una delle località più ricche del protettorato indocinese, grazie alla sua strategica posizione geografica, al suo porto e alle sue piantagioni di pepe nero, considerato tra i migliori al mondo, che tuttora rivestono un ruolo importante nell’economia della zona.

E’ una cittadina tranquilla dove il ritmo della vita scorre ancora lento e rilassato, lontana anni luce dalla caotica capitale Phnom Penh e dai milioni di turisti che ogni anno si riversano a Siem Reap per visitare i magnifici Templi di Angkor, eredità del glorioso impero Khmer, vanto del paese e tra le meraviglie più visitate al mondo.

Durante gli anni bui di Pol Pot e della guerra civile, gli abitanti di Kampot dovettero abbandonare la città, un fantasma lasciato alla mercé dei ratti e dei guerriglieri Khmer rossi che infestavano la zona.

Quel sanguinoso regime, che provocò la morte di un terzo della popolazione cambogiana in soli quattro anni cadde, fortunatamente, nel 1979, ma la situazione rimase instabile e pericolosa per lungo tempo. Dovettero passare anni prima che gli sfollati potessero tornare nelle loro case e riprendere una normale vita quotidiana.

Dopo una lenta e difficile risalita, Kampot sta oggi vivendo, così come tutto il paese, il suo piccolo boom: molti degli attuali abitanti sono persone che hanno lasciato la stressante vita di Phnom Penh per stabilirsi in questo angolo di mondo in cerca di pace e tranquillità; i turisti diretti in Vietnam vi soggiornano, seppur anche solo per una notte o due, prima di attraversare il confine via terra; la città sfrutta la vicinanza con la località turistica montana di Bokor, con i suoi alberghi di lusso, i casinò e le sue ville; il lungofiume brulica di ristoranti, locali, alberghi, guest-house e ostelli per backpackers; gli edifici di epoca coloniale sono stati ristrutturati; il variopinto mercato, ricco di spezie e prodotti locali, tra cui spiccano durian e jackfruits tra i più gustosi dell’intera Asia, è un’attrattiva della città.

Nell’aprile 2010, nel corso del mio lungo viaggio asiatico, giunsi a Kampot.

Non vi arrivai preparato. Non mi ero documentato su questa piccola cittadina di provincia e, per la verità, neanche rimasi particolarmente affascinato di primo impatto: l’idea era, così come quella di tanti altri viaggiatori, di soggiornarvi una notte, terminare la mia esperienza in Cambogia e aprire, il giorno seguente, un nuovo affascinante capitolo del mio viaggio: il Vietnam.

Un piccolo episodio, una semplice voglia di un caffè, come spesso accade nei miei viaggi, cambiò radicalmente scenari e programmi. Scorsi, appesa alla parete di una caffetteria, una vecchia fotografia, stinta e di pessima fattura, che attirò prepotentemente la mia attenzione: vi era raffigurato un lavoratore, con profonde rughe scavate dal sole e dalla fatica, intento a scaricare una pesante cesta colma di sale.

Fu grazie a questa coincidenza e alla curiosità stimolata da quella immagine che, dopo qualche domanda qua e là, scoprii l’esistenza delle saline a pochi chilometri da Kampot.

Decisi di rimandare di un paio di giorni l’attraversamento del confine e mi ritrovai catapultato in un mondo di uomini, donne e bambini, alcuni dei quali con non più di otto-dieci anni che, senza una legge che ne tuteli i diritti fondamentali, trascorrono un’intera vita con i piedi a mollo in un’acqua salmastra, sotto un sole, un’umidità e un caldo cocente, a raccogliere sale e trasportarlo in ceste del peso di venti o trenta chili.
Uomini che si tramandano il duro mestiere di generazione in generazione, per salari da fame, senza prospettive per un futuro migliore.

Benvenuti nelle saline, nelle case, tra i desideri e le speranze dei lavoratori del sale di Kampot…qui il reportage fotografico